martedì 24 aprile 2012

Vita insieme


Ieri con un gruppo di giovani universitari siamo andati a trovare altri giovani che hanno fatto la scelta di una vita “in comune”.
Hanno il loro lavoro, chi lo studio, ma si sono buttati in questa avventura legati dal desiderio di imparare non solo a “vivere insieme” ma anche ad “essere insieme”.
Hanno avuto la fortuna di trovare una grande casa, la disponibilità del proprietario, la vicinanza di un’altra comunità di famiglie che li aiuta a “formarsi” alla vita comune.

Ma la “fortuna” non basta. Ciò che li tiene uniti è sentire di aver bisogno di imparare a stare con chi è diverso da te, ad accoglierlo, a condividere con lui i tempi della tua giornata.
A passare sopra le differenze più banali come il modo di scolare la pasta e aggiungere il sugo. O alle cose che ti fanno arrabbiare come la biancheria sporca lasciata in giro.

La giovane età, con l’elasticità che le è propria,  li aiuta sicuramente. E così le energie fisiche che sembrano senza fondo, visto gli orari e gli impegni che si trovano ad affrontare.
(perché poi cercano di aprire la loro realtà alla gente del paese dove vivono -e non solo- accogliendo persone,  incontri, manifestazioni….)

Sentono che questa esperienza li sta aiutando per prepararsi anche ad una futura vita di famiglia, perché sono “costretti” a limarsi, ad adattarsi, a confrontarsi. E nello stesso tempo scoprono tutta la ricchezza che la condivisione porta con sé.

Il mio non vuole essere un quadro né idilliaco né certo entusiasta, però credo che questi modi di convivenza si stianno dimostrando come quelli che più rispondono alle esigenze di tante persone che cominciano a stancarsi delle “sicurezze” dell’individualismo, del vivere chiusi nel proprio guscio, perché questo non fa altro che acuire il senso di isolamento.
Uno di questi giovani diceva che lui aveva fatto esperienza del vivere in condominio, dove ognuno si fa i fatti suoi e nemmeno saluta il vicino. Certo era meno impegnativo interiormente quel modo di vivere, richiedeva meno energie nel giocarsi nelle relazioni umane, però ne avvertiva tutta l’aridità.

Ecco: penso che la vita di Chiesa abbia bisogno di queste realtà per imparare sempre ed ancora a mettere al centro non tanto le strutture, i progetti pastorali, le attività ma le relazioni umane.
Da qui si riparte.

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