mercoledì 21 novembre 2012

Il posto giusto per la "Pietà"



La vicenda del cappellano del carcere di san. Vittore ha colpito molti, in particolare coloro che conoscono più da vicino la situazione dei detenuti.
Oltre agli abusi che pare siano stati compiuti, ciò che più atterrisce è il fatto che sono stati perpetrati su persone che sono, per certi aspetti, come  “bambini” all’interno della struttura carceraria.
Lì, chi non ha possibilità di aiuti da parte di familiari o amici, dipende anche per le necessità più elementari, come un dentifricio, dagli aiuti dei volontari e del cappellano.
Lì si torna a “dipendere” dagli altri come, appunto, un bambino. Solo che per un bambino è una cosa naturale, per un adulto un po’ meno. E questo crea anche un pesante disagio psicologico.
Ecco perché gli atti che sarebbero stati compiuti dal sacerdote risultano ancora più esecrabili e nello stesso tempo provenienti da una personalità malata che da una parte si poneva a difesa dei diritti dei carcerati e dall’altra ne rendeva alcuni suoi “schiavi”.

In contemporanea a questa notizia esce quella della proposta di portare per un certo periodo proprio nel Carcere di s. Vittore la famosa “Pietà Rondanini”. Qui agenti e carcerati “guarderanno quel figlio macilento e slogato che scivola giù dall’abbraccio della madre e sembra intanto tornarle in grembo.” (come scrive A. Sofri oggi su Repubblica).
In un luogo di sofferenza, dove l’incontro con il male è quotidiano, entrerà visibilmente il bene della “pietà” che potrà consolare, interrogare, accompagnare i pensieri di chi in un carcere abita e lavora.
Pietà in questo caso prima di tutto per chi ha subito gli abusi e ne porta i segni e poi per chi li ha compiuti senza per questo nulla togliere al corso della giustizia.  

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