lunedì 31 dicembre 2012

La Luce e le tenebre





DOMENICA NELL’OTTAVA DI NATALE

Leggendo il prologo del vangelo di Giovanni (v 1, 1-14) che la liturgia ci ha proposto in questa domenica colpisce il rapporto tra la luce e le tenebre.
Cristo è quella luce nella quale non c’è spazio per alcuna tenebra. Non solo: che non può essere vinta da nessuna tenebra.
Questa non è una affermazione da poco: significa che le tenebre non solo non possono vincere Cristo ma anche non possono vincere nel cuore di colui che si lascia illuminare da Gesù e che rende la sua vita luminosa di Gesù.
Le tenebre lo spaventeranno, lo indurranno in tentazione, magari vinceranno qualche battaglia, ma mai vinceranno la guerra.
A patto però che si lasci sempre e di nuovo illuminare da questa luce.

È però anche vero, come dice Giovanni, che il mondo e i “suoi” possono non riconoscerlo.
Se si è abituati al buio, alla penombra, allora si può considerare pericoloso aprire le palpebre alla luce.
Essa può ferire, può far male.
E quanto devono essere forti le nostre tenebre per impedirci di riconoscere e accogliere la luce.
A questo proposito vi riporto alcune parole di un gesuita, p. Rupnik, che in un suo testo sul discernimento scrive:
“Il peccato tronca le relazioni  e poi le rende di nuovo presenti in modo pervertito. Se prima del peccato ad esempio la terra  era vista dall’uomo come ambito dell’incontro con il suo Creatore, dopo il peccato è da lui percepita solo in funzione di sé, di come può servirgli….
Il peccato rende l’ego grasso, in quanto presenta tutto ciò che esiste come un possibile capitale per rassicurare il proprio io, che sganciato dalle relazioni, avverte tutta la sua fragilità esistenziale e  la sua condanna morire e per questo deve servirsi di tutto per nutrire la sua illusione di potersi assicurare la vita.
Ma è appunto un’illusione perché l’unica cosa che dà vita all’uomo è proprio il sacrificio dell’egoismo, la morte al principio di autoaffermazione per entrare nell’orbita dell’amore, l’unica realtà che rimane…
Il peccato è capace di convincere l’uomo perché gli dà anche una mentalità di peccato. Ora la mentalità di peccato non è necessariamente una mentalità anti-Dio benché sia necessariamente una mentalità anti-amore, una mentalità che cioè convince l’uomo che non conviene amare, che gli insinua la sfiducia nel sacrificio amoroso, che lo riempie di paura davanti al morire a se stesso, suggerendogli la debolezza e l’insufficienza degli argomenti dell’amore….”

Il peccato di fondo, la nostra tenebra più grande è non credere all’amore che Dio ci offre in Gesù e non credere che l’amore, il quale comporta sempre un perdere ma per guadagnare altro,  sia la strada per la nostra realizzazione come esseri umani. Questo è il buio che non riconosce la luce.


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