mercoledì 1 maggio 2013

La "condanna" del lavoro



In questo 1 Maggio il pensiero ritorna alle centinaia di lavoratori morti in  Bangladesh per il crollo dell’edificio insicuro in cui erano costretti a lavorare. E mi sembra che le parole che seguono di don Mazzolari siano ancora attuali:

“V’è chi si indigna perché l’operaio, appena suona la sirena o battono le ore, lascia lo strumento e l’opera, confondendo il proprio libero e creativo lavoro con quello del salariato.
Dacché gli abbiamo tolto il segno dell’amore, il lavoro è una condanna. Io non trovo strano che un uomo non desideri prolungare la propria prigione, tanto più che la nostra organizzazione meccanica ha scoronato l’umanità della fatica.
Si misura l’opera senza guardare all’operaio, si valuta il rendimento e non si ha mente per la qualità di chi lavora.
Il povero non si è mai sentito così schiacciato da una fatalità senza cuore e senza fine. Egli è legato alla macchina o alla terra da una sorte che ben poco differisce dalle condizioni di quel passato che a ragione abbiamo condannato.”

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